C’è discriminazione per le famiglie numerose?

C’è discriminazione per le famiglie numerose?

Sono circa 800mila, secondo gli ultimi dati Istat, le coppie che in Italia hanno messo al mondo almeno tre figli.

Famiglie normali – come si definiscono loro – eppure mosche bianche – come vengono percepite dai più. Sante o eroiche – come le definiscono alcuni, incoscienti o sprovvedute – come le apostrofano invece altri. Una sola cosa è certa. Sono famiglie che si sentono discriminate. Secondo un sondaggio promosso dall’Associazione nazionale famiglie numerose alla domanda “ Vi siete mai sentiti vittime di soprusi o di discriminazione per il solo fatto di essere una famiglia numerosa?” ben il 27.90% ha risposto di sì. Quasi una famiglia su tre.

Le discriminazioni più ricorrenti: le dimissioni in bianco firmate all’atto di assunzione in questo o quel luogo e divenute operative alla nascita di un figlio, difficoltà ad ottenere permessi per motivi familiari, hotel, ristoranti, musei interdetti a cani e passeggini, tariffe sui consumi che equiparano una famiglia XXL ad un single sprecone e molto altro.

A dare voce e sostegno a queste famiglie c’è l’ Associazione nazionale famiglie numerose (ANFN), nata il 26 luglio del 2004 a Brescia dall’incontro di due papà di prole numerosa, Mario Sberna ed Enrico Cinelli, di fronte ad un banco del pesce. Pesce che sapevano di non potersi permettere per la famiglia.

Oggi l’associazione è diffusa in tutta Italia, conta più di 20mila iscritti e cresce al ritmo di 45 nuovi soci a settimana. Ha una sua rivista, che si chiama Test positivo (un’emozione che le famiglie numerose provano più volte) e un sito web.

Le iniziative realizzate e quelle in cantiere sono numerose e all’insegna dell’aiuto concreto. L’associazione ha stipulato ad esempio in tutta Italia circa 250 convenzioni che permettono alle famiglie numerose di usufruire di beni e servizi a prezzi agevolati. Grazie al Banco alimentare, l’associazione distribuisce regolarmente pacchi spesa ad un migliaio di famiglie numerose indigenti. Con il suo progetto Aiutiamoci, alimentato da soci e da donatori privati, è venuta incontro, in questi anni, a un centinaio di situazioni di emergenza denunciate da famiglie in gravissima difficoltà economica. Le famiglie numerose hanno persino una nazionale di calcio, dove sono confluiti anche ex professionisti, ora papà di quattro, cinque, dieci figli. La squadra ha calcato i prati dei più grandi stadi d’Italia e, di recente, ha giocato partite in una Terra Santa martoriata dalla guerra.

Famiglie sempre più povere, ma la vera sfida è il welfare familiare

Sempre secondo l’Istat, la percentuale delle famiglie appena sopra la soglia di povertà in Italia cresce in modo esponenziale alla nascita di un nuovo figlio. La difficoltà economica dei nostri tempi è evidente a tutti. Tuttavia spesso il vero nemico sono i pregiudizi e gli stereotipi sociali e culturali, che calano un velo laddove invece c’è una opportunità e una sfida.

Investire sul benessere familiare e sui figli – almeno fino alla loro autonomia – genera, infatti, ricchezza: maggiori consumi portano a più posti di lavoro. Rimuovere ostacoli culturali ed economici per allineare il numero dei figli desiderati (almeno due) a quelli effettivamente portati alla luce (oggi in Italia siamo a una media di 1.3 per ogni donna fertile) garantisce il ricambio generazionale, e dunque la sopravvivenza di un Paese. Si rivitalizza e si dà un senso inoltre al welfare. Come ha recentemente sottolineato il Card. Bagnasco, presidenti dei vescovi italiani “La famiglia è il primo welfare, il primo antidoto sociale, la prima ancora di salvezza non solo per la solidarietà economica che riesce a garantire ma anche perché si rivela la fonte di generazione di energie interiori che sole possono sostenere nei momenti difficili della vita. È un contributo impagabile. Dobbiamo urlarlo sui tetti”.

Le ragioni della crisi di un modello familiare

Fino al dopoguerra – ricostruisce l’ Associazione nazionale famiglie numerose – l’Italia viveva grazie soprattutto all’agricoltura. I figli erano visti come una ricchezza, perché manodopera fondamentale per il lavoro nei campi. Erano dunque un bene sociale da tutelare, come espresso dai padri costituenti negli articoli 29, 30 e 31 della Costituzione.

Nel passaggio all’economia industriale negli anni Cinquanta e a quella dei servizi dagli anni Novanta, è arrivato da una parte il benessere, ma dall’altra anche uno stimolo forte verso il consumismo e l’individualismo, economico e sociale.

Con il ’68 inoltre si è affermato un movimento politico, culturale e sociale che ha portato alla graduale affermazione dei diritti individuali sempre di più a scapito di quelli pubblici e familiari. Il risultato di questa nuova visione è stato che i figli non sono stati più percepiti come un bene pubblico da tutelare, ma come una semplice scelta privata.

L’attenzione dei media verso questo tema è sempre più scarsa. Delle famiglie numerose se ne parla infatti sempre di meno, non solo in Italia, ma anche in Germania ad esempio , un Paese da sempre storicamente favorevole alle politiche familiari.

Il sondaggio

E voi, cari lettori, cosa ne pensate? Ritenete che i figli siano un bene pubblico da tutelare o una scelta individuale?

Partecipate al sondaggio l’Associazione nazionale famiglie numerose vuole conoscere la tua opinione in merito.