Estetica a portata di click. Quando i social media dettano nuovi standard di bellezza
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L’International Society of Aesthetic Plastic Surgery (Isaps) ha recentemente reso noti i risultati del suo sondaggio globale annuale sulle procedure estetiche in occasione del congresso mondiale che si è svolto a giugno a Cartagena, in Colombia.
Secondo questo studio, nel 2023 si è verificato un aumento complessivo del 3,4% del numero totale delle procedure estetiche eseguite dai chirurghi plastici a livello mondiale rispetto ai dati del 2022, con oltre 15,8 milioni di interventi chirurgici (+5,5%) e 19,1 milioni di interventi non chirurgici (+1,7%).
Al di la delle esigenze prettamente di natura medica infatti, la maggior parte degli interventi sono dettati per lo più dal desiderio di migliorare il proprio aspetto estetico, per apparire semplicemente più belli, più attraenti, più in forma. Niente di male, per carità. La questione è piuttosto un’altra. Quanto queste decisioni di voler migliorare il proprio aspetto fisico sono scaturite da decisioni autonome e quanto invece sono influenzate da agenti esterni, “lavaggi del cervello” come si usava dire una volta, primi su tutti dai social?
I social e l’ansia del paragone: così i filtri hanno distorto il valore della bellezza
L’utilizzo spasmodico dei social network ha cambiato la percezione del concetto di bellezza, che ha perso il suo senso etimologico originario, sminuendosi sempre di più fino a diventare puro sinonimo di aspetto esteriore. Quando si parla di bellezza oggi infatti, si viene immediatamente catapultati nel mondo dei selfie su Instagram, dei reel che ti insegnano a ritoccare al meglio le proprie foto, dei video tutorial di make-up, o delle app che rendono corpi e visi perfetti, secondo i canoni social. Ma la bellezza non è questo. E’ decisamente altro. Senza voler entrare ora in disquisizione filosofiche, citando il mondo classico greco-romano, la bellezza è una idea di armonia, di pienezza e di proporzione, una manifestazione di equilibrio e di coerenza dell’animo umano, che va oltre il puro aspetto esteriore. Ora, nel bene e nel male i social media hanno stravolto completamente questa concezione.
La fame di “bellezza” online ha rimosso ogni parvenza di autenticità, diversità e unicità. La convinzione più diffusa è che se non sei perfetto o perfezionato da qualche filtro, meglio evitare di esporre la propria immagine. Questo perché le vite che vengono divulgate sui social, sono sempre più spesso ritoccate, nei corpi e nei visi, ma anche negli stati d’animo, nei regimi alimentari, negli stili di vita, quasi sempre inarrivabili e quindi frustranti. Fino a pochi anni fa ci si confrontava sul proprio aspetto fisico con pochi amici, con le immagini stampate di qualche rivista, con la televisione, a differenza della realtà odierna, dove invece ci si imbatte ogni giorno in migliaia di foto, video, reels che propongono una continua perfezione estetica. Se una volta i canoni di bellezza venivano fissati da un quadro del Botticelli o da una statua di Michelangelo, ora è proprio il caso di dirlo, i canoni lo dettano spietatamente i social, con una sovra esposizione di immagini di persone perfette, ma non reali, che ha portato a normalizzare e a pretendere standard estetici eccezionali, in un fenomeno sociale definito dall’autrice Eleanor Stern come «sovraccarico di bellezza».
Dal costante paragone con questi modelli di presunta perfezione e bellezza proposti dai social nasce una continua ansia da paragone, che ci spinge all’uso sempre più spasmodico di filtri anti difetti e di interventi chirurgici quando c’è la possibilità economica.
Bellezza 4.0 tra selfie e ritocchi
Ma i visi perfetti che vediamo pubblicati on line, e che ci fanno spesso sentire inadeguati, sono reali? I “filtri di bellezza” contribuiscono ad alimentare l’idea che non sia accettabile mostrarsi imperfetti e quindi per come si è veramente. Ci spingono a nascondere sotto la sabbia la nostra vera natura, quasi a dovercene vergognare. Perché non è tutto vero ciò che il web ci propone e quella pelle porcellanata e quegli zigomi cosi pronunciati e spigolosi non sono necessariamente opera di madre natura, ma il frutto del filtro giusto. Spesso è difficile rendersene conto, mentre si scrolla velocemente e distrattamente il feed e ci si paragona inconsciamente a quelle immagini, con il rischio di farci perdere il contatto con la realtà e di far interiorizzare l’idea che dobbiamo sempre apparire nella versione perfetta, filtrata ed editata di noi stessi.
Il selfie si è lentamente trasformato in un nuovo parametro di valutazione non solo del nostro aspetto fisico, ma della nostra stessa persona, come se una bella foto di noi stessi bastasse per giudicarci per quello che siamo.
Buona parte delle persone stanno diventando prigioniere di questo timore di giudizio sulla propria imperfezione, uniformandosi gradualmente a canoni estetici che non gli appartengono. E’ l’idea di bellezza 4.0.
Uno dei disagi in forte incremento, dovuto a queste dinamiche è la Snapchat dysmorphia. Nel 2018, il medico chirurgo estetico britannico che ha coniato il termine Snapchat Dysmorphia racconta:
“Mi chiedono sempre più spesso un intervento chirurgico che li renda simili a uno scatto di loro stessi, modificato dai filtri Snapchat. Vengono da me e mi mostrano il cellulare. Non dicono ‘non mi piace il mio naso’, ma ‘non mi piace come viene il mio naso in foto’. È una tendenza che prima non esisteva”.
Snapchat dysmorphia: alcuni studi
Un recente studio intitolato Selfies Living in the Era Of Filtered Photographs, pubblicato sulla rivista medica statunitense JAMA Facial Plastic Surgery sostiene che le immagini filtrate abbiano reso labile la linea che separa la realtà dalla fantasia, e potrebbero scatenare la dismorfofobia, ossia la preoccupazione legata alla percezione di uno o più difetti fisici inesistenti o lievi che determina un grave disagio nelle attività quotidiane. In pratica ogni giorno, il soggetto passa ore a preoccuparsi dei presunti difetti, che possono interessare una qualsiasi parte del corpo.
Sulla Snapchat dismorfia, è interessante anche un recente studio dell’Università degli studi di Padova del 2023 intitolato “Il disturbo da dismorfismo corporeo in relazione ai social media: il nuovo fenomeno della Snapchat dismorfia”, dove si trova una correlazione tra l’ossessione riguardo un difetto immaginario o minimo del proprio aspetto fisico, con conseguenze sul benessere psicologico della persona, e la presenza sui social media. La Snapchat dismorfia è specificamente legata all’uso dei filtri di bellezza sui social media, che possono causare un divario tra l’aspetto reale e quello modificato, con un conseguente aumento del ricorso alla chirurgia estetica, a causa dell’esposizione a standard di bellezza irrealistici promossi dai media e alimentati dai filtri.
Body monitoring e body positive
L’altra faccia della Snapchat dismorfia è il body monitoring, vale a dire l’instancabile monitoraggio del proprio aspetto fisico, che può arrivare fino all’ossessione. Secondo alcune ricerche una donna in media controlla il suo aspetto ogni 30 secondi, ma anche gli uomini, seppur in percentuale minore ne sono vittime. Il body monitoring, quindi è un’idea fissa che fa credere che tutti coloro con cui entriamo in contatto siano concentrati su quelli che noi riteniamo i nostri ipotetici difetti estetici.
Come risposta a questa tendenza, nasce spontaneamente oltre 10 anni fa il movimento Body Positive, composto da persone che divulgano messaggi di accettazione del proprio aspetto, delle proprie unicità, difetti compresi.
“Amati per come sei” è il messaggio che viene veicolato dalle immagini con #bodypositivity, hashtag che è stato creato per promuovere un’idea di bellezza scollegata da canoni predefiniti e imposti dai media. Un vero e proprio inno al “Be real”, ad essere veri e a vivere la propria vita senza filtri.
La bellezza è ovunque, intorno a noi e dentro di noi. Non possiamo e non dobbiamo derubricarla ad un semplice click.















