sabato, Settembre 30 2023

Una volta, quando mio figlio aveva circa nove mesi, venne a trovarmi
un’amica, che fa la maestra.

Non ha ancora figli, ma adora i bambini e mi è capitato più di una volta di
chiederle consiglio, visto che ha studiato, con grande passione, pedagogia
e discipline legate all’educazione.

Quel giorno, le stavo esternando una delle difficoltà più sentite da me,
amante del dialogo e della chiarezza: ovvero,

la mancanza di comunicazione che spesso avvertivo esserci con mio
figlio

, perché ancora troppo piccolo per parlare e per capire ciò che gli dicevo.

“Il problema è che non può ancora comunicare…”, le dissi.

“Non è vero che non comunica – mi fece lei – i bambini così piccoli non
parlano, ma comunicano eccome…”

Quella replica mi mise in imbarazzo: proprio io, laureata in Comunicazione,
avevo ridotto la capacità comunicativa di una persona alle parole, avevo
associato la buona riuscita di un dialogo alla sola comunicazione verbale.

“Hai ragione, – mi corressi – il problema è che non parla e per questo
spesso non ci capiamo. Però è assolutamente vero che comunica…”

Dopo quell’episodio, mi ritrovai in modo particolare a riflettere sul modo
di esprimersi dei neonati e dirò di più: posso dire di aver appreso delle
vere e proprie “regole” sulla comunicazione non verbale, degli insegnamenti
che loro, i bimbi, a maggior ragione perché non parlano, possono offrire a
noi grandi, che spesso ci concentriamo troppo su cosa dire, trascurando
aspetti che sono tuttavia importantissimi perché si realizzi una
comunicazione fruttuosa ed efficace, in famiglia e non solo.

Ecco, allora, cinque regole sulla comunicazione non verbale che, penso, noi
grandi dovremmo imparare dai neonati.



1. Il fatto che ci sei, conta più di ciò che dici e di ciò che fai

I bambini molto piccoli non hanno ancora raggiunto un grado di razionalità
tale da poter comprendere parole e concetti, né possono capire il perché di
tanti nostri gesti o spostamenti.

Ci ascoltano, certo, e ci osservano, perché ne hanno bisogno per fare i
loro piccoli, grandi progressi quotidiani, ma sono molte le cose che
“sfuggono” nei primi anni di vita.

C’è qualcosa, però, che i bambini sono in grado di capire sin dal primo
giorno di vita, ovvero se chi hanno accanto si prende cura di loro oppure no, se
sono considerati importanti o vengono trascurati.

Sono in grado di comprendere se il loro pianto interessa o lascia
indifferenti. Insomma, sono capaci di avvertire la nostra presenza e la
nostra assenza.

Quante volte, anche nei rapporti con altri adulti, ci preoccupiamo di dare
consigli (che spesso sono più delle sentenze), ci preoccupiamo di “fare
qualcosa”, senza però essere in grado di stare realmente accanto alle
persone che hanno bisogno di noi, senza cioè mostrare empatia?


Il neonato ti dice allora molto chiaramente che la cosa che conta più
di qualsiasi altra

, se vuoi aiutare qualcuno o semplicemente dimostrargli affetto, è la tua presenza, la tua vicinanza. Ciò che dirai o farai
è importante, sì, me secondario rispetto al dono del tuo tempo.

2. Non amare solo a parole, dimostralo

Puoi dire a un bimbo di sei mesi: “Ti voglio bene” anche ottanta volte in
una sola giornata, lui non lo capirà.

Comprenderà molto bene, però, che gli vuoi bene se lo aiuti ad
addormentarsi, se ti alzi la notte quando si sveglia assetato o con dei
dolori, se lo culli quando è nervoso, se lo nutri perché non sa farlo da
solo.

Sembra scontato, eppure non lo è: l ’amore si dimostra prima di tutto con i fatti.

Ciò che ho appena detto, non vale forse anche nei rapporti tra grandi, tra
coniugi, fratelli e sorelle, amici o colleghi? Non parlano molto di più le
nostre premure e le attenzioni, della nostra bocca?

Il neonato ce lo dice molto chiaramente: non basta dire “ti amo” o “ti
voglio bene”, perché l’altro si senta davvero accolto, amato. I sacrifici
che siamo disposti a fare, la pazienza che ci impegniamo ad impiegare nella
relazione, la capacità di passare sopra alla nostra stanchezza per
occuparci dell’altro, sono molto, molto più eloquenti delle parole.



3. Non rispondere con la stessa moneta: se l’altro urla, tu smorza
i toni

I bambini molto piccoli se devono mostrare disappunto, piangono e urlano.
Possono gridare senza controllo, soltanto per far capire quanto sono
tristi, delusi, frustrati, per chiedere in quel modo implicitamente aiuto.

Il genitore, allora, specialmente davanti a un capriccio, può avere la
tentazione di urlare a sua volta, magari anche più forte. Ed ecco che si
finisce in un vortice di nervosismo: inizia una diatriba a suon di grida,
diatriba che non può essere disinnescata dal bimbo e che, anzi, acuirà
ancora di più il suo stato di malessere.

Sarà molto più proficuo l’atteggiamento del genitore che, senza concedere
ciò che non può concedere al figlio, riuscirà a non alzare la voce.

È normale perdere le staffe ogni tanto, però dovremmo ricordare che i
nostri toni calmi possono placare anche il bambino: le urla generano altre
urla, la pacatezza invece ha lo straordinario potere di rasserenare
l’atmosfera.

Questo non vale anche nei rapporti tra grandi? Quante volte, coloro che non
sanno dialogare, urlano per farsi ascoltare? Quanti dialoghi perdono tutto
il loro potenziale per colpa dei toni?

I bambini allora ci insegnano questo:

se chi hai di fronte urla, tu mi mostragli un’altra via, non scendere
al suo livello, non ripararlo con la stessa moneta

.

4. Il nervosismo è contagioso, il sorriso pure

L’aggressività genera altra aggressività, le urla portano solo ad urla più
forti. Al contrario, la calma genera calma e il sorriso, altri sorrisi.

Ricordo che quando ho portato mio figlio all’asilo nido per la prima volta,
l’educatrice mi chiese che temperamento avesse il bambino. Le risposi che
era un bimbo vivace, molto socievole e sorridente. Sì, le dissi proprio:
“Sorride a tutti”.

Credevo fosse un lato del suo carattere – e forse in parte è così – ma ciò
che mi stupì è che lei commentò: “Allora significa che intorno a lui ha
molte persone che sorridono”.

Non siamo una famiglia idilliaca, capita che non tiri proprio una bella
aria tra le nostre pareti domestiche, però, pensandoci bene, aveva ragione:
molto spesso, sebbene non sempre fossimo di buon umore, “scavalcavamo” il
nostro stato d’animo e gli sorridevamo. E questo non capitava solo a noi
genitori, ma anche ai nonni, agli zii, agli amici. Ciascuno,

di fronte al nostro bimbo, metteva da parte i propri problemi e
sorrideva a quel frugoletto

, forse anche perché lui era capace con la sua spensieratezza di far
scordare per qualche ora amarezze e complicazioni. Questo atteggiamento
positivo, a detta dell’educatrice, portava anche il bimbo ad essere
positivo e fiducioso verso il mondo esterno.

Ecco, allora, un’altra lezione di vita: ricordiamoci di sorridere, perché
come il nervosismo è contagioso, anche il sorriso lo è… Possiamo davvero
rendere migliori gli ambienti in cui ci troviamo se proviamo a sorridere,
nonostante i problemi che ci affliggono.

5. Non rinunciare mai alla musica

Si sa: la musica funge un po’ da una bacchetta magica per i genitori,
quando si tratta di calmare pianti e malumori. Quante volte i bimbi molto
piccoli si svegliano nel cuore della notte disperati, per poi
riaddormentarsi beati grazie al canto della loro mamma? Quante volte sono
annoiati, tristi, nervosi e poi si acquietano ascoltando una canzone?

La musica ha il potere di placare lo stress, di rasserenarci
. Lo sguardo incantato, disteso dei bambini quando ascoltano una melodia
dovrebbe invitarci, allora, a riprendere – se l’abbiamo persa – l’abitudine
di intrattenerci con della buona musica.

E voi? Avete appreso altre regole di comunicazione dai neonati? Se volete,
scrivetele nei commenti! Certamente l’elenco che vi abbiamo proposto si può
arricchire.

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