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La nostra società sembra aver perso, in parte, una sensibilità pre-natale. Manca, a volte, la percezione che le esperienze vissute nel grembo sono già tali e condizionano il futuro di un essere umano.

Il grembo materno non è un “posto neutro”, non è un semplice “involucro”, né è freddo e impersonale come una macchina di produzione: è il luogo, squisitamente umano, dove la vita si origina e viene plasmata da una relazione.

È lì che iniziamo ad esistere e a interagire. Ci sentiamo avvolti dal corpo della mamma e ciò che avviene in quella “culla” conta tanto quanto ciò che avverrà “fuori”.

L’investimento affettivo primario

“Preoccupazione materna primaria o sintonizzazione affettiva”: è un’espressione con cui il Dott. Winnicott descrive il rapporto che si instaura tra madre e figlio, o madre e figlia, quando questi ultimi si trovano ancora nell’utero.

La relazione tra una mamma e il suo bambino non inizia dopo la nascita. Se una donna si scopre in attesa, a partire dai primi giorni di gravidanza – ancor prima che si possano avvertire i movimenti del feto – ella inizia a percepire di non essere sola.

I cambiamenti ormonali sono accompagnati da quelli fisici e psicologici. Non solo a quella nuova creatura la donna comincia a rivolgere la maggior parte dei suoi pensieri, accompagnati da paure, attese e forse angosce, ma tutto il suo essere si prepara, forse all’inizio quasi impercettibilmente, per accogliere la vita.

La gestazione, quindi, non è solo il tempo in cui un bambino si sviluppa e cresce, per poi venire al mondo; è anche il tempo in cui una donna si scopre mamma.

L’uso della voce nel tempo della gravidanza

Un aspetto importantissimo è favorire, già durante la gravidanza, la sintonizzazione emotiva, instaurare una vera e propria “comunicazione”, grazie all’uso della voce.

È dimostrato che parlare al feto stabilisca e conservi una connessione forte, tra madre e bambino. In questo caso, pure tra padre e bambino: anche l’uomo può parlare con suo figlio, che lo sente, attraverso il pancione della donna.

Non bisogna dimenticare che nel ventre materno si vivono alcune delle più arcaiche “Esperienze Basilari del sé” (Rispoli, 2004). È nell’utero, ad esempio, che facciamo esperienza del contenimento, che lascia impresso in noi il desiderio di accudimento, di protezione, per il resto della vita.

Il neonato piange nella lingua dei suoi genitori

È curioso il fatto che i pianti dei neonati non siano “tutti uguali” come potremmo pensare. Quando è ancora nel grembo, il piccolo inizia a familiarizzare con la lingua parlata dai suoi genitori. È già in grado di distinguere tra i suoni e i rumori, da un lato, e le parole, dall’altro. Quando nasce, la sua intonazione, nel pianto, somiglia a quella della lingua parlata dai genitori o da coloro che gli parlavano quando si trovava nel grembo.

Questo significa che il bambino ci ascolta con attenzione, ancor prima di nascere: ecco perché è importante parlare al piccolo, con dolcezza, ecco perchè gli si può anche leggere qualcosa o cantargli delle canzoni.

Certamente, la comunicazione più intima, quella che il bambino percepisce come la più rassicurante e famigliare, è quella con la mamma: è con lei che vive la sua prima vera relazione e anche dopo la nascita la voce materna continua ad avere effetti positivi, persino curativi.

La voce materna, infatti, ha un impatto decisivo sullo sviluppo del cervello (Fifer W.P., Moon C.M., 1994) e l’assenza della voce materna può compromettere non solo lo sviluppo del sistema uditivo e della capacità d’ascolto, bensì può provocare alterazioni del sistema nervoso centrale (Galvani, 2019).

“Motherese”: come i neonati capiscono che la mamma li ama

Il motherese (linguaggi, suoni, parole, modi di comunicare che la mamma ha solo con il suo bambino) è importante, ovviamente, anche dopo la nascita. Il bambino non ha bisogno solo di essere nutrito, cambiato, lavato. Ha bisogno di contatto, di parole affettuose, di essere guardato e riconosciuto… e ha bisogno in modo particolare che tutto ciò venga fatto dall’unica persona cui senta di appartenere, in quanto da lei è stato portato in grembo. La mamma ha un ruolo centrale, nell’aiutare il bambino a d abituarsi alla vita extrauterina. Le sue parole, le sue coccole, sono fonte di sicurezza. Il momento dell’allattamento, in particolare, è molto importante in questo senso. Ecco perché si consiglia alle mamme di non fare altro, mentre allattano: meglio mettere via cellulare, spegnere la tv, e lasciare libri sul comodino. Il bambino ha bisogno di sapere che la mamma è lì per lui. Ricordiamo che è proprio nei primi tre anni di vita, quelli di cui non ricorderemo mai nulla, che si mettono le basi per la futura personalità.

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