La cultura pornografica o perchè il linguaggio del porno è ovunque
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La possiamo trovare sui nostri cellulari, nei centri commerciali, nelle riviste, nei film e nelle serie TV. Nei libri d’amore, nei testi (e nei videoclip) delle canzoni. Sulle copertine degli album. Nei videogiochi, nei cartelloni pubblicitari e nelle magliette… Gran parte dei prodotti che ci circondano hanno acquisito un tratto distintivo – l’ipersessualizzazione – che riflette un processo graduale: la pornificazione della cultura.
Gli esempi sono vari e variegati. Foto su Instagram di donne seminude che vendono integratori per la palestra o ragazze che misurano la loro autostima in base alla quantità di peperoncini che compaiono nei commenti. Lezioni di pole dance e twerking o danza erotica, il cui scopo è quello di far emergere la diva che ogni donna ha dentro. Insegnanti di scuola primaria e secondaria che lasciano il loro lavoro di docenti per creare contenuti su OnlyFans. Serie come Euphoria o Game of Thrones o Elite, in cui è comune vedere persone nude o che hanno rapporti intimi. Il fenomeno Wattpad della letteratura erotica. O pubblicità con chiare connotazioni sessuali. La maggior parte dei millennial ricorderà il tempo in cui i ragazzi a torso nudo aspettavano fuori dai negozi Abercrombie & Fitch, come trovata pubblicitaria.
Questo movimento culturale, caratterizzato da una progressiva sessualizzazione ovunque, ha iniziato a prendere piede a metà degli anni ’90, fino a diventare capillare e pervasivo. Come scrive la sociologa americana Gail Dines nel saggio Pornland, “la pornografia è diventata così profondamente integrata in ogni aspetto della nostra vita quotidiana – moda, pubblicità, cinema, internet, musica, riviste, televisione, videogiochi – che ha quasi cessato di esistere come qualcosa di separato dalla cultura mainstream, come qualcosa che si trova “là fuori”. Non dobbiamo più cercare il porno per ottenerlo. È lui che arriva a noi, indipendentemente dal fatto che lo vogliamo o che ne siamo consapevoli”.
Tanti corpi, così poca sensibilità
Come spiega ad Aceprensa lo psicologo e sessuologo Alejandro Villena, direttore del progetto Piénsatelo Psicología, la pornificazione della cultura consiste in “un costante bombardamento visivo di stimoli sessuali, che porta alla saturazione e alla conseguente desensibilizzazione al sesso”. Si tratta di un’ostentazione che trasforma il nostro modo di intendere la sessualità, per inquadrarla all’interno di una logica di consumo, oltre ad associarla a una visione che riduce l’altro ad un oggetto. Dines sottolinea su Pornland come i giovani – in particolare le donne – non abbiano più bisogno di vedere la pornografia per esserne influenzati. Le immagini, le rappresentazioni e i messaggi li raggiungono attraverso la cultura pop. Inoltre, se si tiene conto che la pornificazione della cultura è iniziata a metà degli anni Novanta, si potrebbe dire che i giovani di oggi non hanno vissuto in un ambiente mediatico e culturale che non evidenzi la centralità del sesso e della sessualità nella vita di tutti i giorni. Dunque, sono desensibilizzati, in parte anche perché non conoscono un’altra realtà.
La trappola del post femminismo
Nel 2004, il fotografo e regista Timothy Greenfield-Sanders ha affermato che la pornografia ha avuto un’enorme influenza sulla moda e che la moda ha avuto un’enorme influenza sui cambiamenti culturali. Un fatto evidente, se analizziamo le tendenze della moda e della bellezza degli ultimi anni, dove spiccano punture e interventi chirurgici per aumentare labbra, seno o glutei, o le tendenze nella depilazione e nei modelli di abbigliamento – o l’assenza di vestiti – che hanno un obiettivo chiaro: aumentare l’attrattiva e mettere in risalto la capacità sessuale.
Gli esempi sono femminili perché questa oggettificazione colpisce principalmente, ma non esclusivamente, le donne. I casi nell’industria musicale sono numerosi. Basti pensare a Rosalía o Karol G, due cantanti con delle belle voci, che hanno deciso di apparire nude sulle copertine dei rispettivi album. Poi abbiamo la danza molto commentata di Aitana al ritmo del Miamor. Ci sono i testi della musica urbana stessa. O i servizi fotografici senza vestiti su delle riviste: è ad esempio il caso di Lady Gaga per V Magazine.
Tuttavia, si vuole far intendere che questa non è oggettificazione. Non è nemmeno auto-oggettificazione. Si chiamerebbe, piuttosto, emancipazione femminile e libertà sessuale.
“Penso che questa sia stata una delle grandi strategie di marketing che la pornificazione ha raggiunto: associare la strumentalizzazione e l’oggettificazione alla libertà sessuale”, ci dice Villena. “Che più mostri, meglio è; che più ti strumentalizzi, meglio è. Quando in realtà l’unica cosa che si ottiene è ridurre la libertà della persona”.
È un dato di fatto che la libertà è stata confusa con l’ipersessualizzazione e che, in questo quadro, le donne perdono e l’industria vince, perché si legittima un modello di sessualità in cui le donne sono ridotte a merce di consumo. “La pornografia ha reso le donne schiave del sistema. Invece di dare priorità al loro valore come persone, o al loro valore artistico e intellettuale, viene imposto che, per valere, devono denudarsi”, dice Villena.
La cultura ha una grande capacità di trasformazione sociale, perché genera aspettative e proiezioni vitali, e si potrebbe dire che il nostro tempo è caratterizzato dal fatto che i giovani, nel mondo contemporaneo, raggiungono l’età adulta avendo interiorizzato un flusso costante di rappresentazioni femminili iper-sessualizzate. Considerando la loro rappresentazione attuale, l’aspettativa generata è che le donne si vestano in modo provocante e siano sempre “disposte” a fare sesso.
Inoltre, si è cercato di edulcorare la realtà che si nasconde dietro a questo tipo di comportamenti. Ad esempio, “Ora le ragazze di OnlyFans sono chiamate creatrici di contenuti e la pornografia è cinema erotico per adulti. Si è diffusa una narrazione sociale per cui queste rappresentazioni sono qualcosa di innocuo e prive di problemi, mentre di fatto si diffonde un modello che mette in pericolo l’esperienza di una sessualità sana”, dice Villena.
In un’intervista del 2021, la sociologa franco-israeliana Eva Illouz ha affermato che il sex appeal era diventato un criterio autonomo di valutazione rispetto agli altri e che era proprio dovuto a questa pornificazione della cultura. “Dagli anni ’70 in poi, il capitalismo ha capito che il mercato dei beni materiali era limitato per definizione – non si potevano comprare cinque frigoriferi contemporaneamente – e che l’unica cosa che rendeva possibile il consumo infinito erano il corpo e le emozioni. (…) Oggi ci consumiamo a vicenda e mostriamo lo spettacolo dei nostri corpi agli altri”, ha detto Illouz.
E dove viene principalmente esposta e consumata questa merce? Sui social network.
Il cavallo di Troia: i social network
Come racconta Sophie Gilbert su The Atlantic, molte delle piattaforme digitali più importanti oggi, come Facebook, YouTube o Google Images, sono state inizialmente create per motivazioni legate all’aspetto fisico, cioè per l’attrattiva del corpo femminile.
Uno studio ha dimostrato che gli account degli “influencer” con un numero maggiore di followers su Instagram erano associati a un’estetica più pornografica
Oggi, Instagram e TikTok, due dei social network con la maggiore presenza dei giovani, sono diventati le principali vetrine del corpo. Uno studio della RMIT University che ha analizzato i profili Instagram di diversi influencer nell’arco di quattro mesi, ha rilevato che quelli con un numero maggiore di followers erano associati a un’estetica più esplicitamente pornificata e che i profili Instagram venivano utilizzati anche per reindirizzare gli utenti a pagine come OnlyFans. Spiega Villena che i social network – in particolare, Instagram e TikTok – sono diventati “micropagine” pornografiche. “Queste piattaforme sanno che se introducono o consentono contenuti sessuali all’interno dei loro social network, trattengono l’utente più a lungo rispetto a quando riproducono un video di fisica quantistica”. Inoltre, in linea con lo studio di RMIT, Villena fa notare quanti profili OnlyFans e canali Telegram fanno pubblicità con account semi-espliciti in modo da non essere bloccati su Instagram o TikTok. “In effetti, la ricerca ci dice che se mio figlio adolescente accede a più di tre social network, sarà molto più probabile che si rivolga alla pornografia”, dice.
L’effetto negativo dell’uso di Instagram sull’autostima e sull’immagine corporea di ragazze e donne ha ricevuto un’ampia copertura. Inondandole con il messaggio che il loro attributo più prezioso è il sex appeal, è stato portato avanti un processo di progressivo indebolimento della loro autostima.
D’altra parte, c’è anche l’effetto su ragazzi e uomini. Nel 2024, il giornale americano The Wall Street Journal ha riferito che Instagram raccomandava regolarmente video sessuali agli account di adolescenti e che lo faceva entro pochi minuti dal primo accesso.
Condividere, non consumare
In questo contesto, cosa resta da fare? “La prima cosa è prendere coscienza e mettere in discussione le cose. Sviluppare una visione critica dei modi di comunicare e dei contenuti che consumiamo, che non sono necessariamente normali o appropriati, e che stanno legittimando un modello che non è desiderabile per la sessualità”, afferma Villena. “Questo può aiutare a recuperare la sensibilità. Esercitando la mia libertà individuale, posso cercare di non consumare costantemente questi contenuti, smettere di chiederli. Addestrare il mio algoritmo in modo che non mi reindirizzi costantemente a contenuti a carattere sessuale e mi reindirizzi ad altre cose che potrebbero avere più valore”.
Sembra che sempre più ragazzi e ragazze siano disposti a farlo. Secondo lo studio Teens and Screens 2024, pubblicato dall’Università della California (UCLA), il 63,5% dei giovani intervistati (dai 14 ai 24 anni) desiderava contenuti incentrati su relazioni e amicizie platoniche (nel 2023 la percentuale era del 51,5%). Inoltre, il 62,4% degli intervistati ha dichiarato che il sesso e i contenuti sessuali non sono necessari per rendere interessante la trama di programmi TV e dei film. Nel 2023, la percentuale si attestava al 47,5%.
Tuttavia, agenti importanti da considerare e da interpellare sono i creatori di cultura. Scrittori, sceneggiatori, fotografi e pubblicitari che hanno la responsabilità culturale di non riprodurre la pornografia nelle loro creazioni con l’obiettivo esclusivo di vendere.
Man mano che questa pornificazione della cultura progredisce, diventa evidente la necessità di considerare quale sia il modello di sessualità che vogliamo nella nostra società. Uno basato sul consumo e la strumentalizzazione delle donne come oggetti sessuali o uno basato sulla cura della sessualità, che include l’empatia, la reciprocità e il rispetto per l’altro?
Credits
Fonte originale: https://www.aceprensa.com/cultura/la-pornificacion-de-la-cultura/















