La vulnerabilità come origine dell’obbligo politico
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L’opera del mio amico, il dottor Pablo Galindo, è un ottimo lavoro, un libro scritto a metà del 2019, ovvero pochi mesi prima dell’inizio della pandemia, situazione molto drammatica che ci mette in sintonia proprio con il tema della vulnerabilità dell’essere umano.
In cinque capitoli, di lunghezza compresa tra le 50 e le 70 pagine, a cui si aggiunge un’ampia e ricca bibliografia, l’autore sviluppa la sua argomentazione a partire dall’approfondimento della filosofia aristotelico-tomistica effettuata dal filosofo scozzese Alasdair MacIntyre, il quale, nel suo tentativo di sottolineare la vulnerabilità, riformula questo concetto dal punto di vista della necessità e dell’interdipendenza umana.
Il libro si prospetta come un chiaro successo accademico, che occuperà un posto di rilievo negli studi legati all’etica della cura, ma soprattutto inerenti la vita domestica, cioè la sensibilità emergente che esalta l’importanza degli ambienti famigliari, della casa intesa come luogo della famiglia, nella vita delle persone.
Ora, dobbiamo ricordare che la casa, la famiglia, può essere considerata la principale costruzione umana e, per sua essenza, il parametro più alto della promozione sociale e culturale, poiché qui si deve cercare la cura e la protezione dei membri della famiglia, di fronte alla contingenza, alle intemperanze del resto del mondo, pur continuando a crescere “da dentro”. Questa idea è stata portata a un altro livello dalla filosofa belga-americana Alice von Hildebrand (1923-2022) nella sua opera Il privilegio di essere donna, in cui afferma che l’ambiente famigliare è un’estensione del grembo materno.
Infatti, l’immagine del bambino che ancora “abita” il grembo materno è, senza dubbio, la realtà simbolica che più ci ricorda la nostra condizione di “creature” e, quindi, il nostro naturale bisogno di essere sostenuti nell’esistenza. Questa affermazione può infastidire molti, specialmente quei pensatori moderni che hanno cercato di reinventare la società e la cultura partendo dal presupposto che ogni essere umano debba essere razionale e libero, ma non vulnerabile.
Sembra che l’uomo contemporaneo sia progettato per trasformare tutta la realtà, compreso se stesso, a favore di interessi individuali o collettivi; quelli del mercato o quelli dello Stato; quelli di uomini o donne; ma – paradossalmente – non a favore dei “bisognosi”, cioè di tutti, poiché la nostra condizione di “bisognoso” o “vulnerabile” unisce tutti, indipendentemente dalla razza, dal sesso, dall’estrazione sociale.
Il dramma finora esposto può essere studiato e giustificato dai nuovi e molto diversi studi sociologici, clinici e statistici, con grande precisione, ma non senza controversie. Tuttavia, per l’osservatore sensibile e onesto – qual era il mio maestro Rafael Alvira (1942-2024) – è sufficiente volgere lo sguardo alla vita familiare domestica, in atto o in potenza, per comprendere chiaramente che padri, madri e figli sono chiamati a saper fare una casa o, piuttosto, siamo chiamati a riconoscere la nostra vulnerabilità e, di conseguenza, a sostenerci a vicenda dalla nostra condizione sessuata e generazionale.
Infatti, la famiglia è progettata da Dio perché sappia “stabilirsi” nella propria esistenza, nella propria casa, nel proprio spazio vitale, in modo forte, per poi estendere quello stesso spirito all’ambiente vicino, alle periferie – direbbe Papa Francesco –, alla comunità cui appartiene, alla nazione in cui si trova, senza cessare di essere “famiglia”.
Questo è, forse, il messaggio che l’amato San Giovanni Paolo II (1920-2005) ci ha lasciato più chiaramente nella sua Esortazione apostolica Familiaris consortio: Famiglia: sii ciò che sei! Chi può opporsi al fatto che il mondo civile e aziendale includa, nella sua visione, la possibilità che i propri dipendenti abbiano una casa e una famiglia a cui devono tornare per essere ristabiliti? Chi potrebbe non essere d’accordo con un ideale così importante?
Il Presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, risponderebbe con un forte NESSUNO. È necessario incorporare quello spirito in tutta la società, ma, come è noto, Roma non è stata costruita in un giorno. Quale può essere la sfida principale da superare se quello che si vuole è mettere l’ambiente famigliare al centro della società?
Perchè questo avvenga, penso, prima di tutto, che sia i padri che le madri – e di conseguenza i figli – dovrebbero accettare che siamo proprio questo: vulnerabili, e che abbiamo bisogno di noi stessi come famiglia per “andare avanti” e, in questo senso, dell’intera umanità. Non ci giova essere eternamente “passanti”, che vanno “di porto in porto”, senza potersi stabilire veramente da nessuna parte. No, quello che dobbiamo ricordare è che, a casa, io conto per come SONO: maschio, marito, padre e lavoratore.
Lo stesso si può dire della donna, ma la questione è un po’ più complessa, perché lei è una casa ovunque si stabilisca, sebbene in modo più radicale: è il fuoco del focolare, ma quel fuoco deve essere alimentato dalle mani del marito-padre e dei figli. Quest’ultima idea è stata trasmessa negli studi sul matrimonio e sulla famiglia come modello di “corresponsabilità”, in cui tutti i membri della famiglia decidono liberamente di assumere le funzioni domestiche in modo equo.
È evidente che la nuova cultura postmoderna ci sta conducendo irrimediabilmente verso una nuova società, più “femminile”, e verso una nuova casa, più “maschile”. Però c’è un problema: non si può imparare ad essere “abitanti della casa” senza il genio delle donne. Tornare a casa implica essere di nuovo soprattutto nella moglie-madre, perché lei sa come ristabilire la vita familiare in un modo attraente, al quale tutti dovremmo unirci con entusiasmo.
Come afferma la sapienza biblica: l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e insieme saranno una sola carne (Gen 2,24). A questo si può aggiungere: e insieme formeranno la propria casa, nella quale la vita dei loro figli, e di se stessi come sposi, diventerà la sublime promessa di un mondo nuovo.
Siamo invitati a riflettere su queste idee a partire dall’opera che oggi metto nelle vostre mani, uno sforzo di valore incalcolabile, che fornisce argomenti filosofici e sociologici che permetteranno al lettore di approfondire la realtà del suddetto concetto: la vulnerabilità, presentato dal dottor Galindo come “origine” di tutti gli obblighi, quelli individuali e quelli sociali.















