Tra numeri e testimonianze: il dibattito sulla sofferenza dopo l’aborto
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Esiste davvero la depressione post aborto? E’ frutto della fantasia di alcune donne fanatiche oppure una tragica e tremenda realtà? Forse una storia recente più aiutare a capire meglio questa questione più di tante altre parole e numeri. Quella che vi vogliamo raccontare è la storia di Maria Luisa Di Ubaldo, presidente di FederVita Lazio. Oggi si prodiga per aiutare le donne a non abortire perché lei stessa ha sofferto di Sindrome Post-Aborto.
Ecco la sua vicenda. Era il 1981, da poco era stata varata la legge 194 – che consentiva alle donne di abortire in sicurezza – e si respirava “entusiasmo per la conquista”. Oggi testimonia che i suoi genitori furono “le prime vittime di una menzogna”. Quando scoprì di essere incinta, il padre del bambino l’abbandonò. Quando Maria Luisa raccontò tutto alla sua famiglia, la portarono da un ginecologo, che stabilì l’epoca della gestazione: erano trascorsi più di 90 giorni, non era più legalmente possibile abortire. Il medico consigliò una clinica conosciuta per praticare anche gli aborti oltre i termini concessi.
Durante l’intervento, la ragazza piangeva senza sosta, le infermiere parlavano del più e del meno e la rimproverano: “Ma cosa piangi? Smettila!”
Passato l’intervento, sentì in lei una sensazione di vuoto. Seguì un periodo difficile, in cui sperimentò vergogna alternata ad apatia. Quando conobbe Antonio aveva 17 anni. Gli raccontò la sua storia, lui non scappò, non la giudicò, anzi, le tese una mano. Al suo fianco, le tornò la voglia di vivere e di stare in società, mentre, dopo l’aborto, tutto appariva grigio e spento. Riprese a uscire, a sorridere. Ad un certo punto pensò di aver persino superato le sue sofferenze. Voleva diventare mamma e con Antonio decise di avere un figlio che non si fece attendere.
Aveva ventitré anni quando partorì e pensava di essersi lasciata il passato alle spalle, però il suo stress emotivo si manifestò con la costante paura di perdere la figlia neonata. Fu costretta ad entrare in analisi e capì che il macigno dell’aborto era ancora lì.
Contemporaneamente al percorso psicologico, iniziò un percorso di riconciliazione con Dio.
Sentì il bisogno di approfondire la pratica dell’aborto e capì ciò che era accaduto: dovette perdonare sé stessa e i suoi genitori, per aver scelto l’aborto in fretta, senza alcuna riflessione, presi dalla paura che quel figlio inatteso potesse rovinare la vita di tutti, specialmente di Maria Luisa, per tanti troppo giovane per crescere un bambino.
Il dolore, una volta elaborato, divenne un trampolino di lancio. Erano passati anni. Era una mamma amorevole, aveva dato un nome alla bambina mai nata; si era riappacificata con Dio e i suoi genitori, ma la sua guarigione definitiva iniziò quando poté aiutare una donna a non abortire, portava il nome che aveva dato a sua figlia: Daniela.
Fu l’inizio della sua missione a favore della vita e al fianco delle donne.
Oggi, per lei, ogni bambino salvato dall’aborto e riconsegnato all’amore della sua mamma è una vittoria, ma ha lo stesso amore e la stessa accoglienza anche per le donne che, come lei, l’aborto lo hanno vissuto. Oggi Maria Luisa, madre di quattro figli e nonna, è in pace, ma non perché l’aborto non sia stato “nulla”, bensì perché ha compreso la verità nel suo grembo,e ha saputo trasformare un dolore latente in amore donato.
Cosa dice la scienza: il caso spagnolo
C’è uno studio che sta facendo discutere in Spagna in un momento nel quale il governo in carica sta promovendo un ampliamento dell’aborto. L’articolo di María Fernnández, intitolato El síndrome postaborto existe: 14 millones de mujeres en EE.UU. declaran sufrir un «trauma persistente grave riporta i dati più rilevanti dello studio condotto dal ricercatore Paul Sullins, secondo il quale sarebbero 14 milioni – solo negli Stati Uniti – le donne che soffrono, nel lungo termine, per aver scelto l’aborto. Lo studio ha analizzato 667 donne provenienti da 30 cliniche statunitensi, di età compresa tra 41 e 45 anni, con una media di 20 anni trascorsi dall’aborto.
La posizione di chi nega l’esistenza della Sindrome Post-Aborto
Le principali critiche rivolte agli studi che sostengono l’esistenza della cosiddetta Sindrome Post-Aborto riguardano l’insufficiente considerazione dei fattori psicologici preesistenti e la limitata rappresentatività dei campioni utilizzati in alcune ricerche, elementi che ridurrebbero la possibilità di generalizzare i risultati all’intera popolazione femminile.
Nel dibattito internazionale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nega l’esistenza di una relazione diretta e sistematica tra aborto e disturbi di salute mentale.
Dopo il “sollievo”, circa una donna su sei avverte “sensi di colpa”
Chi non riconosce l’esistenza della Sindrome Post-Aborto ritiene che la maggior parte delle donne che scelgono consapevolmente l’aborto provi sollievo, dopo l’intervento. Lo studio sopracitato non nega che il 92% delle donne, dopo la pratica abortiva, ha provato sollievo e che il 95% ha dichiarato che l’aborto è stata la scelta giusta. Tuttavia, non è trascurabile che il 29% ha espresso emozioni negative significative: 59% senso di colpa, 38% rimpianto, 29% rabbia, 65% tristezza. Il 21% ha dimostrato segni di depressione, il 15,4% un disturbo d’ansia, il 39% segni di disturbo da stress post-traumatico una settimana dopo l’aborto.
Perché parlare di tutto questo? Tanti possono essere i motivi: tra questi, arricchire un dibattito su un tema che sembra presentare la realtà sempre più a senso unico. E poi perché non si può nascondere la sofferenza – che sia di una, dieci o milioni di donne – per motivi ideologici. In questo modo, non si fanno gli interessi di nessuno.
O forse sì?















