martedì, Giugno 18 2024

Sarà perché due delle mie figlie fanno parte della generazione tristemente
ribattezzata “generazione Covid”, di cui fanno parte
adolescenti e preadolescenti, il motivo per cui sono particolarmente
sensibile al disagio che i nostri giovani stanno vivendo in questo momento.
Certamente ci sono e ci sono state situazioni simili o peggiori di questa,
basti pensare alle condizioni di guerra, povertà, ma nel mondo occidentale,
che aveva abituato i ragazzi ad un agio e ad una sicurezza forse eccessiva,
quella della “generazione Covid” sta diventando un’emergenza
nell’emergenza.

E’ passato “solo” un anno dall’inizio della pandemia, che ha visto i
ragazzi subire delle drastiche privazioni, che hanno dato loro la
sensazione che gli anni più belli se ne stiano andando senza viverli e ora
giunge l’angoscia del futuro, chiusa in una domanda che attanaglia: “finirà
mai tutto questo?”

Lo spettro della depressione

Molti studi recenti, tra cui uno riportato su

PNAS


(Proceedings of the National Academy of Sciences), esaminano
l’effetto della pandemia sugli stili di vita e il benessere dei giovani ed
hanno evidenziato un

aumento di sintomi depressivi in adolescenti e preadolescenti

. Aumentano le fragilità psicologiche e i fenomeni di autolesionismo,
insieme ai disturbi del comportamento alimentare e allo sviluppo di
dipendenze; oppure si riscontrano solamente problemi di sonno, ansia e
irritabilità.

L’interruzione della routine ha smantellato il senso di stabilità. Limitati
nel poter vedere i coetanei e senza la scuola, punto di riferimento in cui
costruire relazioni positive, i ragazzi hanno aumentato il tempo impiegato
davanti ad un monitor a chattare, giocare ai videogames o semplicemente a
non fare nulla. Molti ragazzi non escono neppure un’ora durante la
giornata, impigriti, svuotati da ogni motivazione; per le ragazze passa la
voglia di truccarsi e mettere quei jeans nuovi: “tanto chi mi vede?”.

All’inizio, sull’onda dell’adrenalina generata dalla novità della pandemia,
facevano ginnastica nel salotto di casa, seguendo il trainer su youtube, ed
era anche divertente! Ma ora, dopo un anno, anche questo ha perso il sapore
di novità e si è velato di rassegnazione. Per questo aumenta la
depressione, che nella maggior parte dei casi è silente e si cerca di
nascondere per non far preoccupare i genitori o per una sorta di vergogna e
pudore.

Mancando quella routine di cui i ragazzi hanno nutrito finora la loro
esistenza, la malinconia, la paura e il senso di precarietà hanno preso il
sopravvento. Difetta quella vita quotidiana fatta di consuetudini, di cose
semplici, ma che realizza perché è la propria vita! Ma che spesso noi
adulti sottovalutiamo o consideriamo solo cose da ragazzi. Allora è il
momento di chiederci se noi adulti stiamo capendo pienamente i nostri
figli, se li stiamo osservando attentamente, se ci stiamo calando a
sufficienza nel loro mondo interiore, ma forse non lo facciamo perché non
ne abbiamo il coraggio, perché in fondo le loro paure sono anche le nostre.


La famiglia come risorsa: sei semplici suggerimenti dell’Unicef

E’ qui, invece, che i genitori, il padre e la madre, hanno un ruolo
fondamentale, creando uno spazio di relazione protetto in cui c’è la
libertà di sbagliare e di esporsi con le proprie fragilità e inquietudini.
Genitori che ascoltino, comprendano e accolgano il dolore dei figli,
stimolando l’accettazione finalizzata all’adattamento. I genitori sono il
miglior modello e la casa è il miglior posto dove apprendere l’abilità di
adattamento. E’ ora di diventare padri e madri forti, che insegnino con
l’esempio ad affrontare le emergenze. Prima di tutto smettiamo, noi adulti,
di lamentarci e riscopriamo il senso della privazione.
Insegniamo ai nostri figli che l’assenza di una cosa ce ne fa apprezzare
ancor più il valore, quando la si ritrova, e ci spinge ad essere creativi
nel trovare nuove risorse e nuovi significati. Consideriamo che una
crescita matura non sia quella che si ha in un mondo ovattato e che
piuttosto che togliere i sassi dalla strada dei nostri figli, dobbiamo
essere accanto a loro quando cadono per mostrargli come ci si rialza,
perché mai un percorso di crescita è lineare e scevro di tortuosità.

Coraggio creativo, non vittimismo

Inoltre sforziamoci di presentare modelli positivi di creatività, come l’iniziativa di una
professoressa italiana che ha invitato i suoi allievi a raccontare come
hanno vissuto la pandemia e ha raccolto in un libro le loro esperienze.
Oppure l’esempio di tanti ragazzi che si sono dedicati ad attività
creative, come chi ha creato una band musicale incontrandosi per suonare su
una piattaforma virtuale o chi si improvvisa regista montando brevi
cortometraggi o ragazzi che si sono dedicati ad un progetto per creare un
nuovo brand di abbigliamento.

Senza sminuire la gravità del fenomeno dell’aumento di casi di depressione
giovanile, ma al contrario sorvegliando più attentamente e intervenendo
prontamente al primo disagio osservato, facciamo attenzione ad evitare di
vittimizzare un’intera generazione e mostriamo loro che le difficoltà si
superano affrontandole, trasformando un periodo critico in una opportunità,
sfruttando quello che abbiamo e non rimpiangendo quello che non si ha più.
E prima di tutto diciamogli che stanno mettendo in atto la più grande forma
di amore: fare delle rinunce per il bene della collettività, per il bene
dell’altro, spingendoli ad una rivoluzione copernicana in un mondo che
aveva messo al centro l’”IO”. Spieghiamo ai nostri giovani un nuovo modo di
guardare: l’altro, che prima spesso era il mio limite, ora è invece la mia
salvezza perché è pensando al bene dell’altro che faccio il mio bene;
quindi quelle restrizioni che mi sono imposte non limitano la mia libertà,
ma le danno la massima espressione, poiché la libertà è sempre finalizzata
al bene.

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