martedì, Giugno 18 2024

Avete mai sentito parlare del “choking game”? È solo una delle tante, pericolose, sfide che vengono lanciate sui social e che mettono seriamente a rischio la vita di molti giovani.

Prevede che una persona si leghi una corda al collo per poi provare a resistere senza aria più tempo possibile.

I ragazzi, spesso soli con i loro smartphone e senza strumenti per discernere, si lasciano sedurre da queste trappole, convinti che siano solo dei giochi innocui e leggeri. In realtà, siamo di fronte ad un male sociale, che sta diventando un vero problema di salute pubblica.

Purtroppo, è quasi scontato dire che gare estreme di questo genere stanno provocando anche delle morti, in molte parti del mondo. Ha fatto scalpore la vicenda di una dodicenne in Argentina, che ha perso la vita proprio per tentare di “vincere” in questo “gioco”. La stessa sorte è toccata ad una tredicenne a Palermo e nel Wisconsin ad una bambina di nove anni.

Le vittime sono certamente molte di più di quelle che la cronaca pone alla nostra attenzione e anche la lista delle “sfide della morte” è molto lunga. Solo per fare alcuni nomi pensiamo a: Batmanning, Eyeballing, Blu Whale, Bird box challenge.

Di chi è la responsabilità?

La ricercatrice universitaria e docente di “Psychology of Adolescence”, esperta in psicologia dello sviluppo, Gaia Cuccì, spiega: “I ragazzi sono sotto scacco di un meccanismo che si autoalimenta. Con queste sfide aumentano i follower e i like – e anche i guadagni per chi ha una partnership con YouTube, ad esempio – ma più vai avanti, più per crescere in queste due variabili sei costretto ad alzare l’asticella. E alzare l’asticella può voler dire fare qualcosa di pericoloso”.

Molto spesso, quindi, a lanciare queste sfide sono degli influencer, invogliati dal fatto che più si rischia, più crescono le visualizzazioni. Più si è visti, più aumentano i soldi.

Normalmente non vi è del dolo: non si invita il pubblico ad imitare o riprodurre il contenuto del video. Le sfide social non nascono con l’obiettivo di spingere gli utenti a ripetere l’azione pericolosa. Si tratta, piuttosto, di “prodotti di intrattenimento”, che permettono di guadagnare compensi dagli sponsor.

Di fatto, però, oltre a correre un rischio per sé stessi, si offre un cattivo esempio e si può essere emulati, soprattutto da altri giovani, che sono attratti dal rischio – vedendolo come mezzo per affermare il proprio valore – ma sono anche ingenui e meno capaci degli adulti di “fermarsi prima che sia troppo tardi”.

L’attrazione per il rischio e l’immaturità

Secondo la dottoressa Cuccì, alla base del comportamento di questi influencer c’è un’incapacità di prefigurarsi e riflettere sulle conseguenze di un comportamento: legali, psicologiche, per me e per gli altri. E spiega che tanto chi propone l’azione pericolosa, tanto chi la emula, ha di fondo un problema di immaturità: “Ci troviamo di fronte a un’immaturità da un lato cognitiva, dall’altro emotiva. Questi comportamenti vengono ingaggiati perché non si riesce a controllare le emozioni. Spesso i ragazzi si avvicinano a elementi rischiosi perché mancano di altre strategie per assolvere alle funzioni che il rischio aiuta ad assolvere: costruirsi un’identità, sperimentare i propri limiti, guadagnarsi una maggiore autonomia”.

Un primo passo necessario: aumentare gli standard di sicurezza

Come tutelare i ragazzi? Anzitutto occorrono leggi per cui dei video con azioni seriamente pericolose siano rimossi e non certamente premiati con degli introiti. È necessaria una maggiore sicurezza. Prendiamo il caso di Youtube: gli standard di sicurezza non sono alti, perché chiunque, di fatto, può riprendersi e postare un video. E se quel chiunque è un giovane non sufficientemente responsabile, ecco che si entra in un vortice rovinoso, perché il pericolo fa audience e attrae. 

Si dovrebbe lavorare, dunque, in difesa dei più fragili, facendo sì che video contenenti azioni che mettono a rischio la vita siano oscurati. E, come minimo, sia impedito di guadagnare dei compensi. Occorre infatti disincentivare in tutti i modi la pratica delle sfide online.

Gli adulti siano presenti: elemento più importante per una buona crescita

Ovviamente, però, questo non basta. Le “protezioni esterne” sono importanti, ma non sufficienti. Bisogna andare alla radice del problema, ovvero chiedersi perché i ragazzi hanno bisogno di queste cose per sentirsi vivi e intervenire di conseguenza, con un dialogo continuo e spronando a mettere a frutti i propri doni al servizio degli altri.

Ricordiamo che i giovani hanno spesso problemi di autostima: usano le sfide per farsi notare, ottenere consensi, sentirsi accettati. Agli adulti il compito di passare più tempo accanto ai giovani, di aiutarli a costruire la loro personalità in modo sano, di mostrare che la vera forza non è rischiare la vita ma donarla. Per far questo occorre esserci, sempre, soprattutto nei momenti di debolezza e di fatica.

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