martedì, Febbraio 27 2024

Nell’alfabeto delle generazioni sono gli ultimi. Stiamo parlando dei giovani nati tra il 1997 e il 2012 che compongono la cosiddetta generazione Z. Vengono dopo la generazione X, dei nati tra gli anni ‘60 e ‘70, e la Y, anni ‘80 e ’90 conosciuti anche come Millennials.

La generazione Z è quella dei giovani che hanno vissuto l’11 settembre 2001, in modo diretto o indiretto, e che furono chiamati all’inizio Homeland Generation, proprio perché si pensava che essendo cresciuti in un clima di terrore, potessero essere i meno propensi a scoprire il mondo, a viaggiare. E invece, si è dimostrata la generazione più resiliente rispetto alle precedenti, meglio disposta ai cambiamenti, la più sensibile rispetto alle questioni etiche e climatiche, anche se per certi aspetti, risulta la più fragile.

‘I mobile first’: attivismo e partecipazione oltre la censura

Accomunati dall’essere ‘mobile first’, 2.0, nati e cresciuti in un mondo iperconnesso, moltissimi giovani della Gen Z hanno avuto il cellulare intorno ai 10 anni, e da quel momento non hanno mai più smesso di usarlo per comunicare, divertirsi, giocare, leggere, studiare, formarsi, lavorare, e anche per protestare. Eh sì, perché gli studi lo confermano, i Gen Z desiderano dare valore alla vita, difendere i diritti umani, promuovere l’inclusione e abitare un mondo più umano. Ma questo comune sentimento vale solo per i giovani dei Paesi occidentali? Certamente no. In tutti i Continenti, complice anche la globalizzazione, la generazione Z fa sentire la sua partecipazione a manifestazioni culturali anche di aperta protesta, organizzate soprattutto on line, in quei Paesi dove vige ancora la censura, come in Iran e in Cina, per esempio.

La generazione Z in Iran

Vediamo il caso della generazione Z in Iran, dove è presente un attivismo condiviso tramite social, polarizzato su temi e questioni emergenti attraverso hastagcreati ad hoc per catturare attenzione e interesse. Grazie alla pervasività della rete la generazione Z riesce ad aggirare anche i bavagli imposti dai regimi ancora esistenti. Tutti ricordiamo la mobilitazione mondiale per la morte di Mahsa Amini, il 16 settembre 2022, quando la 22enne musulmana di origine curda fu arrestata perché non indossava correttamente il velo. Tre giorni dopo morì in ospedale. Nonostante la censura, grazie ai giovani della Gen Z iraniani, che si sono mobilitati a partire dal web, tutti hanno potuto vedere quello che succedeva in Iran e il mondo intero si è mobilitato, insieme a milioni di ragazze e ragazze iraniani che per protestare contro il regime e l’assurda morte di una giovane per questioni religiose hanno messo a repentaglio la propria vita. Il regime ha provato a reprimere la protesta prima limitando e poi impedendo del tutto l’accesso a internet, ma ormai le ragioni della contestazione avevano fatto il giro del mondo, e tutti sapevano. Di fatto, i social sono stati l’arma usata per difendere diritti e denunciare soprusi, per svegliare le coscienze, alimentare il coraggio.

La generazione Z in Cina: i giovani si ribellano al lavoro disumano

I giovani cinesi, attraverso la rete stanno, facendo conoscere al mondo le difficoltà che vivono quotidianamente; proprio la forza della condivisione sta alimentando il terreno sul quale matura l’attivismo e senso civico fatto di proteste e proposte. Una recente ricerca dell’Università di Oxford ha evidenziato come in Cina tutto sia nato a partire dai social. Il fenomeno tangping, che significa letteralmente ‘starsene sdraiati’, ormai virale nella Repubblica popolare cinese, è un movimento nato nel 2021 in seguito a un post pubblicato su Weibo, il social cinese più diffuso, e descrive il sentimento di scoramento e disillusione generale nei confronti della società cinese contemporanea e del mondo del lavoro. “Tali sentimenti hanno spinto l’autore del post e, assieme a lui, molti altri giovani cinesi a ‘fare un passo indietro’ dalla società, rassegnandosi di fronte a un contesto socioeconomico iper-competitivo e godendosi la vita”. Una forma di contestazione nata via social che mostra l’inversione di tendenza culturale che si sta diffondendo in Cina dove i giovani si stanno ribellando alla carica di pressioni dovuta all’eccesso di competizione finalizzata alla produzione.

Gen Z, famiglia e amici le vere priorità

La rete permette ai giovani oppressi dalle dittature di ribellarsi alla censura dei loro Paesi e di reclamare a voce alta il rispetto dei loro diritti civili e umani. Negli ultimi anni questo fenomeno è stato particolarmente evidente – come abbiamo visto – sia ai giovani iraniani sia ai loro coetanei cinesi, molti dei quali hanno mostrato e continuano a mostrare dissenso per esempio rispetto alle politiche lavorative del regime quando significano estenuanti ore di lavoro, sfruttamento e negazione dei diritti dei lavoratori.

Ma il dato di fatto è che la generazione Z, e in particolare di Cina e Iran, grazie alla rete è come se avessero avuto un risveglio di coscienza che non è stato possibile per i loro genitori e nonni.

Questa presa di coscienza è confermata anche da una recente ricerca della Deloitte Deloitte Global GenZ and Millennial Survey 2023”. Secondo questo studio, condotto su un campione di oltre 22 mila persone in 44 Paesi del mondo si registrano poche differenze tra gli zoomers del mondo. La ricerca conferma che la vita extra lavorativa ha una importanza sempre maggiore per i giovani. Gli amici e la famiglia continuano a essere, anche per la Generazione Z, ciò che ‘dà più senso di identità’ alla persona attestandosi tra le assolute priorità, con il 64%, quindi prima del lavoro (49%) e di tutte le altre possibili attività.

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