sabato, Giugno 15 2024


“La maternità è la genesi di ogni significato possibile. In quel “sì a
la vita” che la donna pronuncia davanti a sé stessa, aprendosi a
quell’altro che è però dentro di lei, il tempo resta sospeso,
l’eternità sfiora la carne del mondo, e l’uomo accade”.

Con queste parole, il giovanissimo Simone Tropea, autore di


Generato e non creato. Mistica e filosofia della nascita: la
maternità surrogata e il futuro dell’umanità


(editrice Libreriadelsanto.it, 14,90 euro), ci
introduce al “mistero della maternità”, un mistero che – come dimostrerà
lungo il testo – non può essere “ridotto” alla compravendita di esseri
umani.

Perché mai interrogarsi su questo?

Recentemente, su un social network, mi è capitato sotto gli occhi un post
in cui si parlava positivamente della maternità surrogata, chiamata più
dolcemente “gestazione per altri”.

Si descriveva l’utero in affitto come una “pratica solidale” nei
confronti di quelle coppie che non possono avere dei figli biologici

.

Ho subito notato che veniva messo

del tutto tra parentesi l’aspetto economico della questione

(la donna non “regala la sua maternità”, nella maggior parte dei casi “la
vende” e, spesso, perché si trova in stato di povertà); ma al di là del
denaro (che rende di per sé falso o fasullo ogni discorso di altruismo e di
gratuità), esistono dei motivi intrinseci a questa pratica che ci
permettono di vederla come non eticamente buona?



La domanda di fondo è: si può vedere la maternità come “un lavoro”?

Di fronte a quel post ho sentito l’esigenza di formarmi di più sul tema,
seppur avessi già seguito un corso di bioetica sull’inizio vita
all’università e – da donna e madre – provassi un’istintiva repulsione per
quella pratica.

Ad ogni modo, è stato questo desiderio di approfondire a portarmi tra le
mani Generato non creato.

Tropea è un giornalista scientifico, classe ‘93, specializzato in Storia
del Pensiero Teologico e Filosofia Morale. Si è formato in Spagna (presso
la Pontificia Università di Salamanca e alla “Rey Juan Carlos” di Madrid),
prima di tornare in Italia e studiare Bioetica presso l’Università “La
Sapienza” di Roma.

Innanzitutto, egli si sofferma sul legame madre-figlio, citando testi come Maternal Care and Mental Health, di J. Bowlby,
medico che curò un documento per l’OMS sul tema della maternità e
dell’attaccamento del neonato alla madre,

“Con Bowlby – spiega Tropea – attraverso un approccio scientifico
integrato,

la scienza contemporanea afferma definitivamente che l’esperienza
psichica fondamentale, per ogni individuo umano, è la relazione con la
madre

. Una relazione pre-culturale, che può risultare ferita o
negativamente compromessa, quando viene alterata da un contesto storico e
sociale, o da un evento biografico, che produce uno

strappo violento e innaturale tra genetrix e generatus

, trasformandosi così nell’origine inconscia di molte patologie psichiche e
fisiche”.

La separazione dalla madre deve essere graduale

Poche pagine più avanti, prosegue: “ Se questa separazione non avvenisse in maniera graduale,
in maniera tale che il soggetto sia progressivamente in grado di
interiorizzarla,

riconoscendo in modo positivo ciò che questa separazione significa per
la costruzione della sua identità,

ovvero l’unica condizione possibile per l’originalità,

allora ecco che neppure si uscirebbe dal paradigma edipico

”.

L’autore riesce acutamente a dimostrare – senza cadere in moralismi e
cliché – che ogni pratica con cui si neghi volontariamente il
legame originario tra madre e figlio non è nell’interesse né della donna,
né del bambino coinvolti, ma rivela piuttosto come siamo ancora intrisi di
una

mentalità tecno-maschilista, che vede la donna come una “cosa”, una
“macchina da figli”

e non la rispetta come persona.

La vede nella sua “utilità” (“servi per generare”) e non la “contempla”
quale tempio sacro e inviolabile della vita.

La differenza tra adozione e maternità surrogata

Spiega Tropea che se un bambino resta senza famiglia è logico affidarlo a
qualcuno che possa aver cura di lui. Si fanno gli interessi del piccolo,
cercando qualcuno che prenda il posto dei genitori assenti.

Anche nella maternità surrogata qualcuno “prende il posto della madre”, ma
sono totalmente diverse le premesse e i motivi.

Da un punto di vista giuridico, nel primo caso

sono i diritti del più debole ad essere tutelati (il bambino)

; nel secondo caso il figlio diviene “l’oggetto” di un presunto diritto,
tanto che dovrebbe essere “appositamente generato” e separato,
intenzionalmente, sin dalla nascita, da colei che lo ha messo al mondo. Una
vera violenza. Come poterla definire “necessaria”?

Un libro interessante, che sfida il relativismo

Tropea è consapevole di poter ricevere delle critiche da chi pensa che non
si possa arrivare a una verità in campo morale, ma è anche consapevole
della contraddizione interna a tale critica: “la maggior parte delle
persone – dice –

non solo ritengono che non si possa dire nessuna verità
praticamente su nulla, ma sono convinte che questa cosa sia
assolutamente vera

”.

Di fatto, ci troviamo davanti ad una crisi del pensiero logico-razionale.
Ogni pensiero è legato esclusivamente alla soggettività di chi lo espone e
ciò sta portando anche ad una implosione del Diritto.

Tuttavia, se qualcuno ha interesse a confrontarsi con un testo filosofico e
desidera conoscere i motivi razionali per cui è lecito dubitare della bontà
dell’utero in affitto, allora questo testo fa al caso suo.

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