sabato, Aprile 20 2024

Come insegnare ai ragazzi la responsabilità e il sacrificio? Come aiutarli ad essere autonomi, a perseguire un obiettivo, a impegnarsi in qualcosa, in modo duraturo?

Troppo spesso si pensa che amare un figlio significhi spianargli la strada, rendergli il cammino della vita il più semplice possibile.

Un genitore ha il compito di aiutare e sostenere, ma questo non significa che abbia il diritto di “sostituirsi” al figlio.

Penso a quella mamma che non chiede aiuto al figlio, ormai ventenne, nemmeno per trasportare una cassa d’acqua per non farlo stancare e continua a rifargli il letto, a pulire la stanza al suo posto, a cucinare al suo posto.

Penso a quel papà che vede il proprio figlio inconcludente, poiché non studia, non lavora (o se lavora sperpera ciò che guadagna), eppure continua a mantenerlo, a mettergli soldi sul conto, senza aiutarlo a crescere.

La responsabilità genitorile nell’educazione ai propri figli

Cosa si comunica ai ragazzi quando li si sgrava di ogni peso? Che conseguenze ha, sul loro modo di vedere la vita, il fatto che venga servita loro ogni cosa su un piatto d’argento?

Quando si trattano i figli come “incapaci di faticare” – anche se non lo sono – si comunica loro un messaggio sbagliato: “Puoi stare comodo, ci sarà sempre qualcun altro che provvederà a te”.

È, invece, importante stimolare i figli, far assaporare l’autoefficacia e aiutarli a sviluppare l’autonomia. Un vecchio adagio afferma: “Ogni anno in più di età comporta sempre qualche conquista in più ma qualche responsabilità in più.” A nuove libertà devono corrispondere nuovi oneri. Se cresce solo la libertà di fare nuove esperienze piacevoli, senza che cresca anche la responsabilità, si resterà per sempre dei bambini non cresciuti, che fanno “cose da grandi”.

Un aiuto nella responsabilizzazione dei ragazzi può essere la ricerca di un lavoretto estivo o pomeridiano, nel rispetto degli orari e dei doveri scolastici. Molti sono contrari, perché si pensa che il ragazzo abbia diritto a “godersi la vita”, eppure, dedicarsi a qualcosa di utile per qualcun altro aiuta in primis sé stessi a decentrarsi, a conoscere le proprie doti, a capire come mettere a frutto i propri talenti.

Prima si impara ad assumersi degli impegni, prima si diventa capaci di edificare positivamente la propria vita.

Insegniamo ai nostri figli il valore del lavoro duro

I ragazzi hanno bisogno di imparare che lo stress fa parte della vita: non lo si può eliminare completamente, bisogna, piuttosto, imparare a gestirlo. Svolgere qualche piccolo lavoretto comporta acquistare sicurezza, imparare a dialogare e a confrontarsi con persone diverse, anche più grandi.

Lavorare, faticare, dedicare tempo ad una attività produttiva insegna, inoltre, al ragazzo il valore del denaro e delle cose che ha. Il giovane capisce che per pagare un aperitivo, una cena, un motorino o un cellulare si deve lavorare molte ore. E non è, questo, un valore aggiunto per la sua formazione? Non è forse una lezione di vita essenziale?

Si pensa di aiutare i giovani, permettendo loro di vivere secondo una mentalità edonista.

Eppure, si è visto che man mano che i ragazzi diventano meno coinvolti nella società attraverso il lavoro i problemi di salute mentale diventano molto più diffusi.

Conclusioni: non sempre il medico pietoso fa bene ai suoi pazienti

I genitori che hanno paura della fatica e del lavoro per i propri figli dovrebbero pensare che il lavoro è gratificazione è soddisfazione: tutti abbiamo bisogno di essere utili per sentirci appagati e senza la capacità di sacrificio non si può raggiungere nella vita nessun obiettivo duraturo. Non facciamo del bene quando viviamo la fatica dei figli al posto loro: al contrario, alimentiamo un disagio interiore e un profondo senso di frustrazione.

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