mercoledì, Aprile 17 2024

Non tutte le parole sono uguali: alcune edificano, incoraggiano, donano
pace. Altre feriscono, pesano, segnano.

Le parole generano emozioni, pensieri.

La comunicazione che si istaura tra le persone costruisce sempre, in
qualche modo, nel bene e nel male, la realtà che abitiamo

.

Nel caso del rapporto tra genitori e dei figli piccoli, una buona
comunicazione si fonda anche sul tipo di linguaggio che si adopera, sulla


scelta delle parole da dire e non dire ad un bambino in formazione.

Proponiamo di seguito alcuni spunti di riflessioni, vi presentiamo

4 frasi che non si dovrebbero mai dire a un figlio e alcuni
suggerimenti per sostituirle con frasi più costruttive.

1.
Lasciami in pace!

Può sembrare una frase banale, è una di quelle espressioni che escono di
getto, magari in un momento di stanchezza, di rabbia e di stress (chi non
perde mai la pazienza?), ma pensiamo un attimo a cosa stiamo comunicando
quando diciamo una frase come questa e a cosa può succedere se, invece di
dirla solo quando siamo al limite della sopportazione, entra a far parte
del nostro linguaggio abituale.

Dire troppo spesso a un piccolo frasi come:

“Lasciami in pace”, “non disturbarmi”, “sono impegnato” rischia di far
entrare in un bambino un messaggio pericoloso: “Non ho tempo per te”,
“Sei meno importante di tutte le altre cose di cui devo occuparmi”

.

In questo modo, oltre a sentirsi frustrato oggi, sarà difficile
che vostro figlio abbia un dialogo con voi domani, che vi dia
fiducia.

Piuttosto che frasi perentorie e che mettono il figlio in una condizione di
rifiuto, meglio spiegare cosa si sta facendo e il perché dell’assenza
temporanea: “

La mamma (o il papà) deve finire questa cosa importante, se stai
tranquillo a disegnare ancora per qualche minuto, appena ho finito sto
con te

”.

2.
Tu sei così!


“Tu sei cattivo”, “tu sei fastidioso”, “tu sei antipatico”, “ma sei
stupido?” e altre etichette di questo tipo non aiutano il bambino a
migliorarsi

. In queste frasi, infatti, non è contenuto un suggerimento per “fare
meglio”, o un’indicazione sull’errore compiuto, ma solo un giudizio, che appare quasi come immodificabile.

Bisogna poi pensare che le etichette, soprattutto quando sono negative,
restano incollate ai bambini e diventano quasi delle
profezie che poi si realizzano: il bambino si riconoscerà in quegli
appellativi, penserà che essi lo “definiscono come persona” e inizierà a
comportarsi di conseguenza.

Tuttavia, anche un’etichetta più positiva può diventare “faticosa da
sopportare”: un bimbo che si sente dire sempre che è “intelligentissimo”
potrebbe avvertire su di sé una grande aspettativa e vivere con la paura di
deludere.

Un approccio più conveniente può essere quello di affrontare uno ad uno i
singoli comportamenti.

“Hai sbagliato a picchiare il tuo compagno”, “Quando ti comporti così,
tua sorella piange, ci sta male” “La mamma non è contenta di quello che
è successo, ma vediamo insieme come si può rimediare”, “Sei stato
veramente bravo a finire tutti i compiti così in fretta!”

3.
Non piangere!


Un bambino piange perché non sa esprimere a parole quello che prova: è
il suo linguaggio

, per quanto irritante possa essere per un adulto sentire spesso urla e
piagnucolii. Se diciamo frasi come

“Non essere triste”; “Non fare il bambino”; “Non c’è motivo di avere
paura” rischiamo di “sminuire l’emozione”

che egli prova, invece di aiutarlo a “darle una forma”. Dirgli che non deve
piangere o non c’è motivo di essere tristi equivale a dare questo
messaggio: “le tue emozioni non sono valide”. Invece di negare le

emozioni

di un bambino, è molto meglio dimostrargli di riconoscere quello che prova,
ad esempio:

“Hai molta paura di questo cane, vero? Però è buono: non morde, guarda,
come ama le carezze”, “Sei triste perché lei non vuole giocare te?”, “è
normale che tu abbia paura delle onde, ma io ti tengo forte e non ti
succederà nulla di male”.

È importante chiamare per nome le emozioni che prova il bambino. “Sei arrabbiato, adesso?”, “Sei felice?”: in questo modo,
imparerà a gestirle e a non farsi travolgere. Sarà lui che in futuro,
grazie a questo nostro lavoro, imparerà a descrivere ciò che prova senza
scoppiare in pianto.

4.
Perché non sei come tua sorella?

Se si ha più di un figlio è quasi fisiologico cadere nella tentazione di
paragonare dei fratelli tra loro. “Tua sorella si mette le scarpe da
sola… perché tu no?”. Ma è bene sapere che ogni figlio è unico, ha i suoi
tempi, i suoi punti deboli e i suoi punti di forza…

Dobbiamo avere la pazienza di lasciare che ognuno cresca col proprio
ritmo, la propria indole e la sua personalità.

Poi va detto che i confronti perenni non fanno migliorare i comportamenti,
anzi, essere costantemente sotto pressione per qualcosa che non ci si sente
pronti/in grado a fare o che non ci piace fare può essere fonte di
frustrazione e compromettere l’autostima.


Meglio invece incoraggiare i successi e portare ad esempio ciò che
riesce a fare:


“Bravo, ti sei messo i calzini da solo!”, lo invoglieremo a mettersi
sempre più in gioco!

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