martedì, Giugno 25 2024

“Maschio e femmina li creò”: provate a dire questa frase di sole cinque
parole, oggi, in un dibattito pubblico in Occidente, e può darsi che si
scateni l’inferno.

Non solo perché tale espressione viene dalla Bibbia – e per molte persone i
testi sacri vanno condannati a prescindere – ma anche perché

parte dell’opinione pubblica considera retrogrado chi vede il
matrimonio come qualcosa che appartiene alla “grammatica della natura”.

Ciò nonostante, ci sono ancora dei sociologi che la pensano come la
“minoranza”: Pierpaolo Donati, ad esempio,

sostiene che l’uomo e la donna possono “adeguarsi o meno” alla realtà,
ma non trasformarla

, senza andare incontro a dei danni per l’intera società.


Non è ormai condiviso da tutti che l’unità nella differenza sia
fondamento imprescindibile della famiglia

, in quanto la vita stessa trae origine da quella differenza e ciò non
dipende dalle nostre costruzioni culturali.

Non tutti pensano che

rispettare questa realtà “dataci a priori” sia “per il nostro bene”:
no, di fronte a una simile concezione spesso si grida al moralismo

.

Vogliamo credere, però, che si possano ancora proporre queste idee
controcorrente su temi così cruciali per la vita dell’uomo, arricchendo il
dibattito pubblico.

Sicuramente è importante non imporre, entrare in punta di piedi in una
conversazione, rispettare l’interlocutore, porre più domande che sentenze.

Ecco alcuni spunti per parlare di questi argomenti senza offendere chi non
ha le nostre stesse convinzioni…

1.
Al di là delle ideologie, esistono in carne ed ossa persone con tendenze
omosessuali o con attrazione per ambo i sessi, uomini che sostengono di
“sentirsi donne”, donne che affermano di “sentirsi uomini”. Chi vive
un’esperienza simile deve molto spesso affrontare una dolorosa esperienza
di scoperta di sé, di elaborazione del proprio passato, e di accettazione
della propria storia. Tanti vivono il calvario del “sentirsi diversi” e si
trovano a dover fare i conti con delle percezioni psicofisiche che
arrivano, indipendentemente dalla loro volontà.

Possiamo davvero capire cosa provano, se non ci siamo passati?


Evitiamo, quindi, di calpestare la sensibilità altrui, di emettere
giudizi sulle vite degli altri, di “sminuire la sofferenza”.

Alleniamoci al contrario nell’empatia!

2.
Prendiamo le distanze dalla superficialità.
Di fronte a grandi sofferenze è

riduttivo dire: “Fai quello che ti senti, sei libero di fare ciò che
vuoi”. Ed è riduttivo anche dire semplicemente: “Così non va bene!”.

Proprio perché la sessualità è molto legata al benessere profondo di una
persona non si può “liquidare” con 7 parole chi vive un travaglio interiore
di tale portata: invitiamo noi stessi e chi ha uscite simili ad avere uno
sguardo più profondo sulla questione.

3. L’accoglienza è una regola d’oro! La nostra prima preoccupazione deve
essere mostrare accoglienza, nei fatti e nelle parole. Dobbiamo avere un
atteggiamento delicato e non perentorio!

La sessualità – non “il sesso” – è qualcosa di molto personale, intimo,
ed è facile ferire “parlando dal di fuori” di questioni così ricche e
delicate. Evitare nel modo più assoluto di insultare, di denigrare, di
trattare le persone come “errori della natura”.

Ogni storia personale merita anzitutto accoglienza e rispetto. Chi si
sentirà di aprirsi, di ascoltare una proposta, se si sente rifiutato?

4. Si può proporre, senza imporre, un percorso che parta dal riconoscimento
del dato biologico oggettivo. Di fatto, taluni, vedendo queste situazioni
particolari, affermano l’esistenza di “più generi” e che la realizzazione
della persona consista nell’assecondare la propria tendenza, qualunque essa
sia, perché così si “sarà pienamente sé stessi”. Assecondare gli impulsi può essere un’opzione, ma il mondo la propone quasi come unica
strada. E invece, se è possibilerinnegare la propria identità biologica, è altresì possibile interrogarsi se quella identità “ricevuta” (perché è un
dato di fatto: non ce la siamo data da noi stessi) abbia qualcosa da comunicarci, indipendente da ciò che
“sentiamo”.

5. Il mondo ha più bisogno di testimoni che di maestri. Se abbiamo un

messaggio da comunicare è molto più facile trasmetterlo raccontando una
storia vera, di una persona concreta

, che proporre una teoria. Ciò vale anche se vogliamo proporre la scoperta
del Vangelo e la via della castità come possibile percorso per persone che
hanno attrazione per il loro stesso sesso. Lungi dall’essere una regola
calata dall’alto, una

strada come questa è credibile nella misura in cui qualcuno l’ha
percorsa davvero e ne ha tratto dei benefici.

(Postiamo il sito di Courage, in cui
nella sezione “Testimonies” si trovano numerose testimonianze di persone
che affermano di essere rinate seguendo questa strada). Ci sono persone
omosessuali, inoltre, che affermano (se non sono stati censurati, si
trovano ancora dei video su Youtube): “Pur ritenendomi omosessuale, non ho
trovato gioia nelle relazioni carnali con altri omosessuali. È stato
liberatorio, al contrario, riconoscere una verità oggettiva sul matrimonio,
sull’atto coniugale e vivere più a fondo le amicizie o il volontariato
nella fratellanza e nella castità. È stato bello scoprire che potevo amare
e trovare felicità senza dover per forza assecondare i miei impulsi”.
Parole forti, che troverebbero rigetto se a pronunciarle non fosse qualcuno
che le ha vissute veramente… ma di persone che hanno avuto storie simili ce
ne sono tante! Meglio dar voce a loro.

6. “L’uomo e la donna possono fare della propria vita e del proprio corpo
ciò che vogliono”: tanti sostengono questa idea.

È vero che possiamo vivere nella liberalizzazione assoluta, ma una
libertà sganciata da ogni verità su noi stessi e da ogni finalità di
bene… è auspicabile?

È giusto mostrare amore per la libertà, ma è giusto anche relativizzarla o
meglio far riflettere su quale sia il fine di questa possibilità di
autodeterminarsi: “Sono libero di” o “Sono libero per”?
Per cosa vivo? Cosa cerco? Di cosa ha sete il mio cuore?

Dobbiamo accettare il libero arbitrio dell’altro (lo accetta Dio, possiamo
rifiutarlo noi?), ma possiamo al contempo suscitare una domanda: “Ti sei
interrogato su cosa ti doni gioia piena?”

7. Mostrare la propria buona fede. Nel mostrare queste
storie è bene mettere in chiaro le intenzioni: “Non ti dico quello che devi
fare perché io sono bravo e tu sei stupido, se ti offro degli spunti è per
consigliarti, è perché mi preoccupo per te, della tua felicità”.

“Fai quello che vuoi”, spesso equivale a dire: “Problema tuo, a me non
interessa”. Se vogliamo il bene di qualcuno, questa non può essere la
prospettiva.

In buona fede, se c’è fiducia reciproca, consiglieremo ciò che è “bene”
anche dal nostro punto di vista

, in questo caso, riconoscere (non senza dolore: lo capiamo) che l’atto
sessuale è funzionale – quando vissuto nelle vie stabilite dalla natura,
subordinato all’amore e nell’esclusività della relazione coniugale – al
consolidamento del rapporto uomo-donna. L’altro poi avrà la libertà di
ascoltarci o meno.

Una persona omosessuale può facilmente rifiutare tale visione, sentendosi
“privata di un bene” e può scegliere di rigettare una “croce tanto grande”,
ma c’è anche chi, partendo dalla realtà e non dai suoi desideri, riconosce
che non può “forzarla” e trova pace, realizzazione, gioia se si concentra
su altro. Per questo “ci permettiamo di parlare”.

8. Non discriminare, né compatire: ciò che ci interessa, è che le persone
trovino pace e serenità. Siamo tutti fratelli in cammino, non siamo né
superiori né inferiori agli altri…

tutti abbiamo come meta la felicità eterna, tutti abbiamo le nostre
fatiche. Ciò che ci preme è camminare insieme verso la meta comune.
L’unica via per raggiungerla è l’amore, ovvero “donare la propria vita”

. E questa strada non è preclusa a nessuno! Invitiamo ciascuno a cercare il
progetto di amore pensato proprio per lui, da sempre!

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